LA DIMENSIONE DEL CORPO
a cura di Marco Goldin

Quello che si vede non è ciò che è, ma la sua collocazione in uno spazio nuovo, mai sperimentato prima. Si vede quanto appare, ma si vuole vedere anche la non apparizione, perché l’apparire sia anche dallo scomparire, dal restare nascosto. Così la vita non è solo dalla realtà, manifestazione una e semplice dal mondo dei fenomeni sensibili. È invece fascinazione ininterrotta, una fine protratta all’infinito, perché la fine non sia altro che una dispersione dentro il cosmo; perdere il senso e l’idea di un confine, di un attracco o di un approdo, e resti invece la forza stringente, poetica, di un rollio silenzioso nello spazio, nella luce senza tempo di una notte senza tempo.
Da quando, circa dieci anni fa, Renato Meneghetti è entrato con stremata dolcezza nell’ambito di una pittura più allusiva, meno dichiarata, è venuto man mano compiendo proprio questa esperienza della notte. E mentre procedeva nel lavoro, e mentre gli anni passavano, sempre stretto al suo progetto, egli mostrava di addentrarsi ancora più in profondità, fino a che la profondità è stata l’unico soggetto del suo dipingere. Questo è avvenuto, più o meno, dalla fine del 1995, quando ha preso il via l’ultima fase della sua ricerca, originata da supporti di natura radiografica. Proprio lastre tipicamente ospedaliere, a riprodurre singole parti del corpo umano, in una indagine accanita sulla trasparenza e scomparsa della realtà.
Questo è, dunque, l’avvio. Atto di conoscenza, e di conoscenza ulteriore anzitutto. Già il non fermarsi davanti alle forme sensibili, e superarle d’incanto con una visione protratta nel tempo, non istantanea, ma appunto stordente, illimitata. È subito questa decisione di Meneghetti a darci la misura della sua intenzione. Partire già dal noto diventato ignoto, e, anzi, da una sorta di preistoria della visione, da un dilavamento del corpo, dal suo essere denudato, smascherato, sciolto dai doveri dell’adipe per essere solo ossa, misura dell’eterno dentro di noi. E misura resa appena linea, contorno, e già anche ombra, riflesso, mistero. Così è questo mondo che si annuncia di lontano, e poi cattura il primo piano, esaltandone le caratteristiche di variatissimo movimento, di quasi insondabile alluvione luminosa.
Non è, questa di una simile partenza, una scelta da sottovalutare, e sulla quale converrà insistere almeno un po’. Anche perché, poi, Meneghetti apparentemente se ne distanzia, toccando spazi di consistenza sconfinata, che sono comunque spazi molto interni, e più paesaggi dello spirito che non discendenze di un naturalismo, quale che sia. Ma all’inizio qui è la cenere. O meglio, parete d’ossa triturate, sul punto di essere triturate. La linea, il segno della vita prima che sia la morte. L’apparenza, l’ultima consistenza prima che giunga la nave a traghettare. E, davanti, il mare, il mare di notte, il buio che prende alla gola e inghiotte. La vita diventata non altro che il tatuaggio, la nostra cicatrice quando più non saremo, o forse già non siamo. Una sindone di noi, un bianco lenzuolo su cui stanno posate le nostre effigi, la resistenza di una carne che più non si vede. E allora sono occhi, mani semplicemente, mani giunte, o cavità orbitali, o braccia tese, o anche calotte craniche. Come in un trattato di anatomia, Meneghetti, dall’alto della sua esperienza anche di uomo di cinema, ci fa scorrere davanti immagini su immagini, immagini mentre svaniscono, in una dissolvenza feroce, che non risparmia nulla e solo è travolta dal tempo. Perché poi è proprio il tempo l’attore fondamentale di questi scorci visti da un interno.
E il cammino di preparazione di Meneghetti è tutto fondato su questa costruzione del tempo prima che sia lo sprofondare. Nella secchezza del dato lineare, nella sua scavata maestosità, nel suo diventare, appunto, cenere. E quella polvere grigia, impalpabile, si sparge attorno alla linea vibrante delle ossa, a quell’accensione luminosa imprevista, imprevedibile, a quello schiarimento della notte che è come un’alba precoce. Meneghetti prepara il canto sopra il vasto mare dell’eterno, e lo fa partendo da un’idea di realtà estremamente moderna, stretta attorno a poche cose essenziali, come se le radiografie fossero non il tessuto ma la struttura della realtà, incardinata sui resti di quella che era stata la vita.
Vista da qui, l’opera di questo pittore, così singolare, è l’intervento sognante, e quasi disperato, di chi ha l’ambizione di intervenire sulla vita prima che diventi la morte, prima che alla vita sia tolto l’ultimo bene del respiro. Una grande messinscena di sopravvivenza, una riconsiderazione del mondo perché non subisca il declino delle forme. Ma tolta la carne alle forme, resta comunque lo scheletro, e lo scheletro diventa essenza, il punto da cui è impossibile non partire. Non è dunque un caso che Meneghetti abbia scelto di agire attorno a questi scarni elementi, partire da questo grado zero della vita, dalla sua storia ridottasi al punto e alla linea; in questa assonanza quasi kleeiana, di colui che abita ugualmente tra i nati come tra i non nati, è l’idea di un trasvolatore sopra l’anima, di un abitatore di luoghi dove la notte impera e dove è miracolo trovare la fonte della luce. È per trovare questa luce – che è come l’acqua del fonte battesimale, è la nuova alfa della nuova vita – che il pittore si è fatto camminatore, walseriano Wanderer che anziché sulle alte cime verdeggianti delle Alpi si muove tra i meandri di un intestino che più non si vede, o la scheggiatura composta di una tibia. Camminatore dell’assoluto, va incontro alla pienezza della notte con l’intenzione di affidare alla pittura il compito di schiarirla, di renderla un evento della coscienza e della conoscenza. E la pittura, per Meneghetti, ha questa specificità maieutica, che non è solo dato della visione ma soprattutto intimità con il destino. Perché, infine, si considera che niente c’è di più autobiografico dell’affrontare la morte dalla parte della vita, la scomparsa dalla parte della luce.
Ed è significativo come egli usi la pittura come una spada, per difendersi, per avanzare, per ricacciare indietro le ombre, i fantasmi. Per difendersi dal freddo, per difendersi dalla fame, per allontanare la morte. Che si è presentata nella secchezza dell’ombra portata, nella scansione radiografica verso l’ignoto.
Ma il pittore possiede la ricchezza inestimabile della pittura. Non ha altri mezzi per difendersi, ma ha questo mezzo che pochi altri (o forse nessun altro?) riesce a superare. Così, temerariamente, sfidando l’ignoto e ammantandosi del proprio destino, copre con la pittura quelle radiografie. Getta colore su quel mondo luminescente, apparso, e lo trasforma, lo rende qualcosa d’altro. Ciò che adesso balugina è una pittura nuova, gonfia di silenzi che non si erano mai sentiti. Come il campo di grano in una notte immensa di Sicilia, come la luna alta sopra un mare che non è un mare, ma solo il cielo che non si vede più, del colore della pece e dell’abbandono.
(Finisco di scrivere queste pagine proprio in Sicilia, dove ho diligentemente condotto anche il mio Texas portatile, per concludere il testo tra un’inaugurazione e l’altra. Da questa estremità così bella e includente dell’Italia, la pittura di Meneghetti, che sta lì, tanto lontana, mi sembra d’improvviso diversa. Certo, guardandola nello studio di Bassano ho sempre insistito sulla sua congiunzione con un’idea affascinante di paesaggio, ma adesso, dopo che stanotte siamo tornati passando in mezzo ai campi di grano già maturo, ho la sensazione che questo paesaggio assente si moltiplichi in immagini infinite. Perché è derivazione dall’ombra, dalla luce, dalla notte ai suoi limiti, dal limite della notte prima che sia il giorno pieno. Non accade mai nulla per caso, e non si viene mai in un luogo senza che qualcosa nasca nel nostro cuore e, prima, davanti ai nostri occhi. Così, guardando ancora una volta la natura di questa terra che amo come fosse la mia, con la quale ho questa relazione d’intimità per me quasi indescrivibile, ho visto per la prima volta questa regione attraversata non da una luce tonante, maestosa, accecante, ma trapunta di trasparenze, di alghe fiorite, di intermittenze della memoria e del segno. Forse per la pioggia imprevista che ci ha colti prima di arrivare ai sentieri di campagna verso Sampieri e il mare, dopo la casa di Piero e prima di quella di Franco. Ma sulla strada la velatura dell’acqua e del colore della notte mi hanno riportato agli ultimi quadri di Meneghetti, certamente i più belli, quelli nei quali egli ha raggiunto una sua precisa pienezza, e dove il senso di una dispersione dentro il tempo è diventato motivo quasi ossessivo).
Si vedono queste immagini che non sono immagini, che nascono da un vuoto ancor più fondo del silenzio, ne scuotono lo spirito, ne annunciano la prosecuzione dentro le fibre di un colore che si fa per brandelli, per tonfi della luce, per annebbiamenti della conoscenza. Una cosa diventa un’altra cosa, e poi ancora un’altra cosa, mentre ormai non si vede, e non si conosce più, il punto di partenza. È forse questo il motivo che più mi avvicina all’opera di Renato Meneghetti: l’idea che una luna quasi liciniana stia navigando non nel cobalto di un cielo pullulante ma dentro la nerità senza stelle di una notte perenne. Lì, in quello spazio consumato e dove la luce più non riflette, e la luce è solo il canto triste della luna ammantata, abita l’eterno non come entità del tempo sparente, ma come circostanza dell’eterno dentro di noi, come variazione appena percettibile di una cancellazione di tutto. Sta allora nell’equilibrio tra lo sparire e l’essere la forza di questa pittura, che parla solo attraverso il colore, e meglio lo fa quando indugia su toni quasi monocromi, castigati, francescani, addirittura penitenziali. Quando tocca il cuore del mondo con frasi semplici, e tutto questo svaporio di nuvole e fumo è sostanza del destino.
Partito, e ormai quasi non lo ricordiamo più, dalle radiografie del corpo umano, Meneghetti si è allontanato da quel corpo per sprofondare in una regione inaccessibile, dalla quale riemerge con gli occhi annebbiati, o chiusi per la forte luce, per la fortissima notte. Quanto dentro i suoi occhi resta, e si fissa, dopo quella notte eterna, è il canto struggente e dolcissimo della sua pittura. Come di un naufrago che ritrovi, inaspettata, non più razionalmente attesa, la terra.

Marco Goldin
1997 (La dimensione del corpo, in Radiografie, Marsilio Editore, 1997)

RENATO MENEGHETTI :
TRASPARENZE: CORPI E ALTRO (radiografie)
Galleria Civica di Bratislava, Palazzo Pálffy, 11 Aprile – 9 Giugno, 2002