COSMOGONICHE E APOCALITTICHE
a cura di Francesco Gallo

Le immagini di Renato Meneghetti si stampano subito nella mente come autentiche somministrazioni urticanti ed impediscono una transitazione nell’ordinario dello sguardo, perché tengono sempre in apprensione, tale è il loro quoziente enigmatico, in una visionarietà che da un lato è analitica e conoscitiva e dall’altro è poetica e stregonesca. Sperimentale, sempre, non accontentandosi mai dei risultati ottenuti, ma sempre intento a svelare qualche cosa di nuovo, di inconsueto, sia a partire da tecniche artistiche della tradizione di cui pensiamo di sapere ciò che possiamo aspettarci, ma poi siamo puntualmente delusi o sconcertati, oppure da tecniche inconsuete, da cui non sappiamo che cosa possiamo aspettarci e da cui spesso usciamo rassicurati.

La verità è che ormai siamo immersi nel brodo di cultura dell’originalità e ogni salutare rallentamento di frenesia e di iconoclastia viene scambiato per caduta nel lezionismo e nel decorativismo. Essere sperimentali oggi non è una condizione psicologica, ma una realtà antropologica, una apostasia desiderante, da esercitarci nel grande conformismo della violenza, del continuo spostamento del sé, nel labirinto delle cose, con una vitalità sconnessa, costretta più allo spreco che ad una tesaurizzazione, coniugando così una verbalità assoluta nel paradosso di un universo relativo.

Questa mia, vuole essere una riflessione di carattere generale, che si avvale dell’attento studio di tre pubblicazioni inerenti il dato complessivo del suo lavoro, curato rispettivamente, da Achille Bonito Oliva, Meneghetti opere 2000-2006, Electa, 2006, che contiene anche una belligerante intervista di Tommaso Trini, da Gillo Dorfles, Il corpo come tempo, Il corpo come luogo. Radiografie, Skira,2003, che contiene una conversazione pungente con Maddalena D’Angelo, da Vittorio Sgarbi, Pittura e altre arti. 1954-1999, Skira, 1999.

Un vero lavoro di enciclopedia e di critica, che ha svegliato in me grande interesse e una serie di punti di domanda che riguardano il suo eclettismo, la sua abilità di spaziare in molteplici ambiti della factura inventiva, da quella incorporea del disegno a quella invasiva dell’architettura, senza arzigogolare sui linguaggi bassi o alti, sulla loro purezza o sulla loro applicabilità lavorando come deve lavorare un artista, in maniera officinale, totale, traducendo nell’oggettualità tutta la filosoficità possibile e immaginabile, lasciando agli altri ogni commento.
Meneghetti porta a suo vanto una grande abilità di parola, intrisa di conoscenza e di ermeneutica, ma una sua grande disabilitazione, quando è di scena l’oggettualità; questa sua posizione, che a me sembra logica e congruente, non è sembrata accettabile né a Tommaso Trini, né a Maddalena D’Angelo, troppo presi, nell’occasione, da un taglio illuministico, per accettare il punto di vista poetico, considerato inopinatamente pretestuoso.

Devo dire che queste due interviste, costituiscono per me l’aspetto speculare di tutta la sua opera, in una dialetticità che spettacolarizza tutta la scena, fornendola di dinamismi ed energie che sono espressione di una totale modernità transitata nella fine della stessa, nella tecnica diventata imperium, per apocalittici ed integrati, per dirla con Umberto Eco, anche se oggi siamo nel completo e totale dominio dello spettacolo e della moda, che sono una fase matura e codificante, rispetto a quanto non fosse amorale e decodificante, l’analisi di Eco, che oggi deve essere integrata con Fukuyama, Foucault e il filtro di Guy De Bord, tentando un’analitica della verità e una storia del presente che non chiamino tante autorità a legittimare ciò che o si autoleggittima o non ha ragione d’essere.

A costo di imbastire un microcosmo oppositivo di tutto, anche di se stesso e di rischiare l’insignificanza, per un volere costeggiare il limine dell’assurdo che è tale sia negli editti della morte di Dio che in quelli del suo trionfo in ogni luogo e della declinazione del sive natura. Sto dalla parte di Meneghetti e non da quella di Trini e della D’Angelo, troppo preziosamente vestiti per fare bella figura nell’essere lineari e coerenti, mentre tutto qui parla di trasversalità e d’innamoramenti improvvisanti, tutto il corpus di una vita vissuta in un sostanziale di fisica e metafisica, di eresia dello sberleffo e regale di mercato. A partire dall’analisi diversa e diversificante fatta da Bonito Oliva, Dorfles, Sgarbi, su cui poggio piedi e testa, del loro costruire un filo di storia, necessaria per percepire la genealogia di tutti i linguaggi di Meneghetti, che non possono essere accusati di riferirsi illegittimamente alla stessa persona, dalle pitture originarie, in affreschi su tavola degli anni ’60, al matericismo ispirato a Burri, degli anni ’60, all’architettura, al design, al cinema, all’editoria, alla scultura, ai monoliti, alla radiografie, classificabili come studi e come opere, che sono evocazioni dell’inconscio e dell’emozione, ma anche progetti, ubicazioni, ragionamenti, sempre alla frontiera della riconoscibiltà (anche se dopo Duchamp, una carta d’identità non si può negare a nessuno) sempre a contatto con i rimescolii del concetto stesso di cultura, che non è più connotato come un bagaglio storicamente definito, sistematico, in termini di trattato generale, quanto piuttosto un continuo interrogarsi e mettersi in questione, perché urgono nuove domande e bisogna elaborare nuove risposte, se non si vuole rimanere prigionieri di se stessi, del proprio mutismo e della propria sordità.
Dai sofisti in poi, tutto ha avuto un prezzo, indipendentemente dal fatto di volerlo o non volerlo e si è arrivati al nostro mercato che dà un valore materiale a tutto e chiunque voglia ad esso sottrarsi, rischia di apparire sospetto, come Renato Meneghetti che grazie al suo lavoro di pubblicitario, ha potuto sottrarre all’altrui volere o all’altrui desiderio, tutto il suo lavoro creativo, senza mai ridurlo a puro divertissement, orientandolo ad una socialità altra, che al possesso sostituisce la contemplazione, un vedere e un tatto che guadagnano solo con l’esserci, oltre ogni seduzione dell’avere.

Scegliere un momento su un altro, significa rompere la sua integralità che è un organismo e come tale è composto da tante parti, alcune esplosive ed oggettivanti, altre implosive e soggettivanti, come a rispondere ad una escursione che deve essere letta, seguendo i codici particolari, segreti, da laboratorio interiore che non si ferma mai passando da sogno a sogno, stando vicino ora alla magia di un Merlino ora alla osservazione di un Galileo, attestandosi sulle congetture generali del caos oppure ai calcoli segreti dell’entropia, insomma badando al senso di ciò che dà l’esistenza, cioè il movimento, ma anche al senso che fa presentire la morte, cioè la stasi e la quiete. D’altra parte noi siamo abituati a percepire i fenomeni pellicolari, quelli che riflettono la luce e quindi si fanno conoscere, mentre quelli sottocutanei è come se non esistessero.

Su questo versante di prima invisibilità, di segreta storia dell’essenza, si dirigono le radiografie, affermando il legame ineliminabile tra arte e scienza, distinte dalla polarità di invenzione e scoperta che si diparte dalla pittura, la più antica e colta delle sue tecniche e che rimane al centro della sua attenzione, la stessa da cui si dipanano le Anatomie impossibili, gli Optional, gli Insania, i Clandestini indifference, gli Omaggio ad Akira, i Global Folly, le Strutture segrete, i Paralleli vertebrali, alcuni dei capitoli della sua enciclopedia dell’immaginario e tutti fenomena della sua inesausta volontà di rappresentazione che lo porta ad un perenne stato di grazia, per cui si trova a suo agio con la molteplicità di soluzioni tecniche e materiche, ma la cosa non deve portare a sorpresa, come è accaduto a qualcuno, perché l’arte è innanzi tutto cosa mentale e come tale si comporta (e come tale deve essere codificata dall’artista e decodificata dalla critica) ma non è filosofia, non è logica, non è retorica, bensì linguaggio visivo energetico, la cui fruizione è nell’essere vista, se poi mette in moto altri linguaggi, meglio, ma la visibilità è in genere, necessaria e sufficiente, basta dire che spesso l’opera resta in una durata indefinita, mentre la critica può essere, in molte sue valenze, un fenomeno di moda, piena di tic verbali e quindi pienamente datata. Questo cosmos di Meneghetti, che ha nel suo seno un ampio margine di disordine, che non supera mai il limite dell’entropia, oltre cui ogni organismo si dissolve, contiene il suo mondo e costituisce un vero alterego.

In tutta l’opera di Meneghetti si rintraccia una forte artisticità che lo porta a lavorare su materiali qualsiasi, scelti a partire dalla sollecitazione del momento, che è in lui di forte contaminazione, con riferimenti della vita quotidiana, della vita intellettuale, alcuni riferiti, anche, alla sua biografia e alla sua biologia, nel senso che si nota, sempre, un forte scambio tra i fondamenti cognitivi mnemonici e quelli vitalistici che emanano dai suoi impulsi profondi, che hanno a che fare con gli istinti sensuali e sono quelli che portano, poi, alla magia di manipolazione della materia, all’invenzione dei segni a tutte quelle circostanze che chiamiamo intuito o ispirazione. E’ chiaro, qui, che siamo di fronte ad un inquieto, ad uno spirito inquieto, insoddisfatto di quello che vede ma anche di quello che non vede, per cui la sua fantasia lavora all’elaborazione di un tessuto di opere la cui essenzialità è immediata, tagliente, travolgente di limite e convenzioni, improprie.
Nel complesso, mi sembra d’essere entrato in contatto con un nervo scoperto dell’inventività del nostro tempo, di questa attualità sfuggente che richiede intelligenze agili capaci, di confrontarsi con le simulazioni e le dissimilazioni, con il venire meno del concetto di ordine e il dimensionamento dell’individuo nel climax dell’erranza, che è l’unica alternativa possibile all’immobilità, una volta che tutte le geometrie sono state consumate dalla modernità e dalle malefiche utopie, che però erano qualcosa e sarà un giorno triste quello in cui dovessimo rimpiangerle. Meneghetti ci fornisce un corpus ermeticus, che è tuttavia una mappa, si tratta, intanto, di imparare a vederla.

Con questo non posso certamente dire che sono pronto a sottoscrivere tutta l’attività di Meneghetti, questa è una aspettativa che si può fare risalire solo a lui stesso e non avrebbe senso fare transitare ordini disciplinari così diversi e lontani tra di loro, anche se oggi diversità e lontananza sono sottoposti ad una crisi ordinamentale, da potere essere congiunturalmente percepiti in parti invertite, addirittura. Quello che mi preme dire e che punto su questa scrittura per non rimanere triturato dentro di me, in forma di folle monologo scaturito da un lungo convento contemplativo che con Meneghetti tocchiamo un limite, quello di un linguaggio tradizionale della critica, che non si faccia una bella autocritica, a trovare il tratto nomenclare per dire quelle cose che non appartengano già al bagaglio del vocabolario.
Perché avviene che, da un lato le mitizzazioni delle parole, le scleratizzazioni dei linguaggi e le eccessive difese delle lingue delle contaminazioni, limitano, quando non deformano, la possibilità di dizione di un evento, dall’altro l’ineluttabile novità degli eventi artistici, così come nelle scoperte scientifiche, che spesso non corrispondono al gioco delle aspettative, fanno si che ci troviamo di fronte a degli ineffabili che depotenziano, dandogli nomi che non sono propri, infliggendogli le categorie di bello e di brutto, che non c’entrano niente.
Succede così che un’accademia si confronta con una avanguardia, creando un inutile scompenso, in quanto bisogna proprio prendere atto della morte dell’arte storica, una morte che avviene con l’impressionismo e le avanguardie, alle soglie dell’ultimo gradino della modernità, che nasce nel ‘700 e muore negli anni ottanta del Novecento, portandosi via uno spazio ed un tempo che non erano più quelli dell’antichità, pagana o cristiana che fossero (ma che non sono per nulla sovrapponibili o impilabili) e ci consegnano ad un rizoma complicato ad un disordine, caos, ad una conspiratio oppositorum che ci sembra troppo, ma è appena al debutto.