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INSANIA

INSANIA è:

PITTURA
perchè Meneghetti ha ‘dipinto’ il proprio volto per accentuarne i caratteri.

PERFORMANCE
perchè la interpretazione è affidata alle qualità mimiche del viso.

TEATRO
perchè le immagini sono scelte per significare testi di letteratura:
      Nietzsche «Al di là del bene e del male»,
      Reich «Ascolta piccolo uomo»,
      Guiducci «La società impazzita».

CINEMA
perchè la successione delle proiezioni si dà come un racconto.

MUSICA
perchè Meneghetti ha scritto un long playing come complemento necessario alla visione delle opere

 

INSANIA
UN LIBRO, UN DISCO
Guadagnini - presentazione del disco e libro "insania" RAI DUE - RUBRICA 3 PAGINA - 10 MARZO 1983

 

 

 

 

MAKE UP
The Face became a Screen

 

A ME STESSO DI ME STESSO

Raramente sono giunto a pensare di valutare me stesso non già da quelli che sono i miei atteggiamenti gestuali o verbali, quanto da ciò che costituisce il mio fondamento culturale. E’ una posizione di opinabile novità, così come tutto è opinabile nella divergenza delle prospettive della considerazione dei problemi e delle loro soluzioni possibili. Però mi è sembrato interessante - anche se affatto privo di rischi - il tentativo di inoltrarmi in un simile «campo minato», nel momento in cui s'è trattato di seguire il discorso iconografico con citazioni scritte che non tanto servissero di spiegazione a ciò che, trattandosi di rappresentazione artistica, non aveva tanto necessità di spiegazioni bensì di interpretazioni dai singoli utenti, quanto di traccia, guida e legame «universalizzante» della problematica che sono andato svolgendo e dipanando in questa opera.
Allora perché ricorrere ad un supporto formato da citazioni di alcuni autori?
Non certo perché mi sono voluto scioccamente «far interpretare» da costoro.
Ma per il fatto che avendo io
tramite loro affinata ancor maggiormente la coscienza della mia personale realtà e del mio individuale rapporto col mondo, non mi è parso né peregrino né tantomeno sciocco metter le mani fra tutti gli appunti e le annotazioni raccolte nel decorso frenetico delle mie letture, e tentare di ricostruire il mosaico ed il flusso secondo cui la mia coscienza dei problemi s'è venuta concretizzando.
Ho voluto, in questo modo, ripercorrere un poco la sostanza del decorso della mia malattia, fissando l'attenzione in particolare su quelle parole, su quelle immagini richiamate e suggerite, su quei concetti espressi che mi hanno particolarmente colpito, che forse non ho segnatamente inteso secondo il primitivo intento dell'autore del testo, ma che, secondo il misterioso processo che sovrintende all'intimo rapporto fra autore e lettore, a me essi hanno detto e significato.
Perché ogni individuo che affronti gli eterni problemi dell'esistenza e dei rapporti fra sé e gli altri, è chiaro ne discuta, da parte sua, secondo lo stile e la mentalità canonica dell'epoca. Ma ciò non significa che non possa apparire in altri tempi ed in altre società ed in storie discordanti ed agli occhi di uomini nuovi, egli stesso nuovo e rinnovato.
Così il presente costruito con tante citazioni, ora in piena luce ed ora in ombra, ora comprensibili ad una prima lettura ed ora ostiche ed impenetrabili, non sono altro che il cammino faticoso per via rinnovata nel mio animo d'artista, non rappresenta altro che quel documento filosofico che io stesso ho in realtà tratteggiato a me stesso di me stesso.

Renato Meneghetti

 

 

 

CAPITOLO 1

La dissoluzione è la tragedia dell’uomo contemporaneo, non posso restare estraneo come non posso restare vittima. Impegnare l’anima, affacciarsi e trovarsi, trovarsi di fronte all’immagine totale della morte come disintegrazione delle armonie, come atmosfera luttuosa densa di canti. E così l’occhio del lettore allibito (dall’ardimento di mettere in piazza i suoi panni sporchi) cerca di identificare il limite tra realtà e finzione, tra tecnica fotografica e immagine stravolta. Invano.

Nasce la consapevolezza che INSANIA è un unico ritratto della società contemporanea, i cui rappresentanti (ognuno di noi, o tutti siamo noi) sono in questa vasta galleria, galleria nella quale pur tuttavia si nota la totale assenza di individualità, di identità.

 

 

 

CAPITOLO 2

Il biglietto di banca attorno il quale si distrugge l’esistenza sociale, diviene simbolo di un’impostura che non è mistificazione o copertura della Verità (la Verità di una supposta Natura non mercificata), ma semplicemente il segreto di un segreto, il trucco che cela una catastrofe immaginaria...

...Se il simbolico è veramente ciò che unisce ragioni diverse, allora nulla è più simbolico del denaro, perché in esso coesistono essenze diverse, che si sovrappongono e si annullano l’una nell’altra. Il denaro ci è penetrato nel corpo: o – che è lo stesso – noi siamo penetrati nel denaro, al punto che ci è impossibile concepirci fuori del suo dominio. L’estraniazione ci assilla: ma non è più una estraniazione eroica, consapevole della propria origine e del proprio destino. È uno stato d’animo catatonico, opaco, passivo.

Da esso – collateralmente alle due facce della moneta (per intenderci: quella deduttiva e quella produttiva) veniamo sollecitati ad uscire in un duplice modo: con la promessa di un desiderio inesauribile, o con la realizzazione di un bisogno soddisfatto. Nel primo caso siamo di fronte ad un processo di fascinazione, nel secondo a quello di fagocitazione.

FOLIN


 

 

 

CAPITOLO 3

Il linguaggio poetico e la sfera emotiva sono in consonanza con la scoperta dei mali dentro di noi, delle debolezze, vizi, emozioni, associazioni.
Ogni immagine forgia in sé la risposta intuitiva proprio perché riesce ad evocare il movente che l’ha prodotta.

Fotografia di senso anche teatrale, nel quale l’istinto riconosce il movente prima ancora della mente e fa uscire inorridito (toccato, trapassato) il lettore.

Teatro dei sensi, rituale ed efficace, ricco vocabolario di stimoli e di eccitazioni. Leggere in positivo queste immagini significa entrare in comunione con esse e trovare una strada per superarle e combatterle. Leggere in negativo non porta che abisso viscerale, scivolamento dentro la tragedia del proprio personale intimo. E naturalmente l’autonomia espressiva di queste fotografie (come della fotografia, in sé) non è condizionata o limitata dal soggetto che essa ritrae.

 

 

 

CAPITOLO 4

OGNUNO RECITA, PERCHE' ACUTE; OGNUNO FINGE, NASCONDE.

Surreale, espressionistico, didascalico, sensuale, orrido, tragico, comunque sempre interiore, la maschera esalta la natura di chi la porta, e con essa l’universalità. Ognuno recita, perché ognuno finge, nasconde.

Ognuno recita, trasferisce all’esterno, sul suo viso, un personaggio diverso da sé, personaggio che ognuno si inventa oltre la propria coscienza. Cancello il “trucco” che ognuno di noi indossa ogni istante, e rimetto a nudo lo spavento, le minacce, gli orrori che il trucco ha coperto con spesso pietoso lenzuolo.

Urlo, disperazione rapace, dramma. Sanguina l’anima, eppure sta immobile, ci fissa infuocata. Così queste immagini sono dito e freccia, atlante e dizionario di noi.

(Renato Meneghetti)

 

 

 

CAPITOLO 5

Le sue opere raccolte nel volume "Insania" rappresentano le aberrazioni più gravi che si trovino in una realtà vissuta. Gli idoli, le passioni nascoste ed inconfessabili, gli smarrimenti generazionali, gli odi e i trucchi dei potenti, i volti dei politici, il potere trasformato in morte. La violenza è rappresentata da Renato Meneghetti da volti con le espressioni contaminate; i volti, un tempo specchi dell'anima, sono fattezze dolenti nella topografia di un anima rovinata in tracce nervose su spazi limitati di carne, in ossessivi ritorni che scrivono le tragedie della realtà. Ne deriva una espressività che sottolinea deformazioni non riconducibili né alla caricatura, né al grottesco, né all'ironia. Sono esacerbazioni di una natura che non ritrova più se stessa nell'uomo e ne ripercorre attonita e dolente ogni difformità.

Eppure in questa "Insania" trova una via: quella dell'arte, Un sogno diretto dal cuore, una volontà di riscatto che attinge alla bontà. L'arte di Renato Meneghetti illumina così la vita attraverso l'uso drammaticamente riflesso del volto, partendo da una partecipazione alla realtà tormentata ma non chiusa alla via di uscita di un riscatto dell'uomo.

16 Marzo 1988

 

 

 

CAPITOLO 6

Dalla mitologia classica alle manipolazioni dell'età contemporanea, l'ibrido come incrocio tra umano e animale, spirituale e carnale, come mostruosità naturale o artificiale, metafora della realtà e punto di vista sul mondo.

Metamorfosi, artifici e ibridi, visioni di sogno e apparizioni da incubo, manipolazioni dell’età contemporanea, l’ibrido come incrocio tra umano e animale, come mostruosità naturale o artificiale, metafora della realtà e punto di vista sul mondo.
Rispecchiarci nell’animale diventa un modo di riscoprire la nostra stessa fisicità.

“Denuncia” quale mutuo soccorso, invito al miglioramento.
Io ti ho scrutato dentro:
Lo stato di degrado è totale.
Così il degrado si fa mostro padrone del nostro deserto quotidiano.
Il volto, diviene il luogo della mutazione prima ancora che dell’identità.
Camuffamento, fotodinamismo, poetica sul corpo.

 

 

 

CAPITOLO 7

Insania una parola che non si riferisce tanto alla follia, quanto a qualcosa di insano, non sano.
Questi autoritratti sono tutti sull’orlo dell’abisso.
Ad ogni opera ci si sente affossare per poi risollevarsi ed inabissarsi di nuovo, è affascinante seguire questo alternarsi di decomposizione e ricomposizione, come diceva Nietzsche: “Quando guardi nell’abisso, l’abisso guarda in te”.

Con la mano sulla spalla l’autore spinge verso il baratro di tutti gli orrori umani: la solitudine, la desolazione, la malattia, la perversione, l’amore per il denaro, la bestialità, la morte, la decomposizione, la putredine che soffoca tutte le bellezze della vita.
E poi ci si risolleva verso la luce e ci proietta verso tutto ciò che nobilita l’animo umano, la musica, la letteratura, l’arte, l’amore, la sublimazione, la rinascita, la passione della natura, l’ideale che si riferisce a Cristo. Meneghetti si rivela a noi con quanto di più orribile e più sublime vi è in lui, poiché si tratta sempre del suo volto. Ma, cosa straordinaria, entrando in questo universo, siamo noi a rifletterci nello specchio della fotografia e non lui, noi, spogli, vulnerabili, inorriditi.

Un enorme passo verso la coscienza di sé!

PEYRON


 

 

 

CAPITOLO 8

Antiche mitologie sboccano, si recuperano e si incollano su questo viso. Simboli frontali, sgraziati, assoluti. Indimenticabili perché coinvolgenti. Traumi visivi e impotenze.
Eccitanti speranze, lucentezze e marciumi. E in questo agir di volti, emerge ancora una volta l’uomo come arte.

Trasmettono un messaggio, ed esso dice: io sono ricco, io sono forte, io non ho paura, io sono astuto, io parlo col Dio, io comando, e così via.

Io, io, io, io....questi segni primitivi dicono qualcosa della persona. Io con la stessa maschera dico: io (e tu, e tutti) sono nudo, io (e tu, e tutti) sono amorale; io (e tu, e tutti) mi vendo; io sono “insano”.

Io (e tu, e tutti) riconosciamoci. Qui è la strada per l’esorcismo. Qui puoi leggerti, riconoscerti e superarti.
E questo linguaggio che sembra del travestimento, in realtà è del “riaffioramento”, è univoco e può perciò essere compreso.

La mia faccia ritualizzata porta all’immediata classificazione del tipo di fagocitazione che mi ha invaso come un cancro o un’ameba.
Ed è proprio perché sono simbolo, che queste immagini mandano un messaggio: “Sono stato un uomo. Guardati sotto ciò che mi deturpa, e ti ritroverai uomo.
Sono un uomo importante. Se vuoi sapere quanto, guarda più immagini e vedrai quanto siete riusciti a distruggermi”.

Perciò ogni fotografia è una sfida.

E’ un documento.

 

 

 

CAPITOLO 9

Abituati a vivere in mezzo alle più diverse tecnologie, circondati da esse come in un assedio, ci interroghiamo sul loro funzionamento e sui principi che le regolano, sul come utilizzarle al meglio; invece di interrogarci su quanto esse siano diventate parte di noi, di quanto ci intacchino, di quanto spazio, nella mente esse ci rubano e quanto poco del nostro io esse ci restituiscano.

Non si riesce ormai più a comprendere ogni singolo aspetto della nostra società, né a ricordare tutto quello che si è appreso. Parliamo linguaggi diversi, incomprensibili all’Altro. Babele che si alza non solo in altezza, ma in labirinti inestricabili, in larghezza e profondità. Sempre più numerosi, gli uomini sono sempre più isolati.

Ci muoviamo con difficoltà, consci della nostra ignoranza, fagocitati dall’impossibilità di uscirne.

Ci muoviamo con malgarbo, goffamente, e i pensieri più brillanti e geniali, anche essi sono indirizzati a complicare sempre di più il nostro labirinto. Uomini a misura di tecnologia! Snaturati, fagocitati.

 

 

 

CAPITOLO 10

Rigore e creatività. Vitalità, senso di eccitazione.
Scoprire. Sezionare. Reinventare ogni volta l’interpretazione, così ogni immagine è spettacolo unico.
Tutto si snoda su una sceneggiatura con precisi limiti, soggetta ad un unico processo di evoluzione.

Rappresentazione teatrale e immagine pittorica. Commedia dell’arte e commedia umana. O tragedia? O anche la tragedia si maschera in commedia per poter far sopravvivere lo spettatore/interprete?

Il linguaggio poetico e la sfera emotiva sono in consonanza con la scoperta dei mali dentro di noi, delle debolezze, vizi, emozioni, associazioni. Ogni immagine forgia in sé la risposta intuitiva proprio perché riesce ad evocare il movente che l’ha prodotta.

Fotografia di senso anche teatrale, nel quale l’istinto riconosce il movente prima ancora della mente e fa uscire inorridito (toccato, trapassato) il lettore.

Teatro dei sensi, rituale ed efficace, ricco vocabolario di stimoli e di eccitazioni.
Leggere in positivo queste immagini significa entrare in comunione con esse e trovare una strada per superarle e combatterle.
Leggere in negativo non porta che abisso viscerale, scivolamento dentro la tragedia del proprio personale intimo.
E naturalmente l’autonomia espressiva di queste fotografie (come della fotografia, in sé) non è condizionata o limitata dal soggetto che essa ritrae.

 

 

 

CAPITOLO 11

La follia dell'amore di sé ha scandito periodicamente 1a storia umana, costituendo - con la sua irriducibilità - un'area di opposizione perenne: "1'anello che non tiene" della catena sociale.
Eppure, se mai è esistita un'epoca essenzialmente narcisista, segnata profondamente dal sovversivismo immanente all’”Amor sui" , questa epoca è la nostra.
Chinandoci nel gorgo della memoria, ci colpisce sempre di più la nostra immagine riflessa, che - tuttavia - non è più desiderabile, erotizzante, seducente, come lo era quella del Narciso ovidiano. È piuttosto un’immagine stereotipata, schizofrenica, dissuasiva, come fissata provvisoriamente sullo schermo di una moviola.

Perché, la nostra, non è solo l’epoca di Narciso: è anche l’epoca - come è fin troppo ripetuto - del delirio delle immagini e delle dissolvenze: l’epoca del declino della parola e della scrittura.

Tra mille e mille scatti che scorrono velocemente davanti agli occhi attenti, ci sarà quello che potrà ridarci l'esperienza di un passato sprofondato per sempre nell'oblio.
Ci sarà pure quell’immagine, la sola, l'unica, che abbiamo perduto, e nella quale - non ancora disincantati, ma non più incoscienti - potevamo amarci ed ammirarci nella nostra irripetibilità e purezza.

È, questa, ancora una volta, un’utopia?

Ci allontaniamo irreversibilmente dalla nostra infanzia, ma restiamo eternamente, maledettamente, fedeli sempre a noi stessi.


 

 

 

CAPITOLO 12

Insania una parola che non si riferisce tanto alla follia, quanto a qualcosa di insano, non sano. Questi autoritratti sono tutti sull’orlo dell’abisso.
Ad ogni opera ci si sente affossare per poi risollevarsi ed inabissarsi di nuovo, è affascinante seguire questo alternarsi di decomposizione e ricomposizione, come diceva Nietzsche: “Quando guardi nell’abisso, l’abisso guarda in te”.
Con la mano sulla spalla l’autore spinge verso il baratro di tutti gli orrori umani: la solitudine, la desolazione, la malattia, la perversione, l’amore per il denaro, la bestialità, la morte, la decomposizione, la putredine che soffoca tutte le bellezze della vita.
E poi ci si risolleva verso la luce e ci proietta verso tutto ciò che nobilita l’animo umano, la musica, la letteratura, l’arte, l’amore, la sublimazione, la rinascita, la passione della natura, l’ideale che si riferisce a Cristo.

 

 

 

CAPITOLO 13

Possa il lettore dalle sue immagini e dalle mie opere cavare del sangue (perché di questo ce n'è in queste rappresentazioni spietate di un mondo feroce, ripugnante e ciecamente contraddittorio), con comprensione per l'innocente pittore "carnefice" e per il saggista fatto a "brani".

Guiducci

 

 

 

CAPITOLO 14

Qui la pittura è un punto di partenza e un dispiegamento di forze motrici in grado di calpestare la sua unica attitudine per realizzare delle sinergie. Infatti la ricerca musicale del 1981-1982, nata dal progetto Insania, presso il Centro di Ricerca Sonologico dell’Università di Padova, e il libro-disco, entrambi presentati alla Biennale Musica di Venezia del 1982, i documentari in 16 mm, la riduzione teatrale accolta in Patavanitas sono tutti elementi di sfogo che vogliono aggredire le superfici delle arti da più punti di contatto.

Per Fromm, l’uomo d’oggi tende a estinguere l’esperienza soggettiva e stabilisce con le cose un impersonale rapporto di avere o non avere. Quando si vede il paesaggio del mondo come una grande costellazione arricchita dal do ut des, l’uomo diventa estraneo a questo palcoscenico, si finisce per accettare la reificazione dentro di sé. Come il mondo esterno appare alla figura umana disegnato da cifre che indicano il possesso o meno, così la sua vita interna si sdoppia in esalazioni mostruose, che l’uomo trova in sé, in quanto non ricorda di averle prodotte con la sua attività.

Il periodo di lavoro che si svolge, appunto, intorno al 1980, e che Meneghetti sintetizza nella formula “Avere o Essere”, dato che mutua un libro famosissimo di Erich Fromm, ci dà la possibilità di glossare in maniera trasversale sulle potenzialità della sua opera. In sostanza, facendoci condurre un po’ dai ricordi e dalle citazioni di Lao-Tse, Meister Ekhart e Marx, che Fromm riporta all’inizio del volume, possiamo ribadire che il valore dell’uomo, secondo il testo, è deducibile non in quello che ha ma in quello che è.

Allora l’essere non c’è più, la persona contemporaneamente è svuotata, il corpo che lo anima contiene solo dei frammenti di una solitudine senza spessore, un’infelicità affollata di cose che scuotono i suoi sensi, ma che non gli riempiono l’anima o, meglio, il vuoto, la voragine buia e profonda, entro cui gli sembra di precipitare appena si sottrae al frastuono della realtà piatta e banale.
Tutto questo percorso filosofico serve a chiedersi che cosa può fare l’arte se non riscoprire l’essere, o far avvertire all’altro che noi siamo prima ancora di avere. Anche l’arte dovrebbe essere un risultato fattivo di ciò che siamo, più di ciò che abbiamo. Puntualizzare la risonanza dell’essere nel senso dell’opera non significa però evitare di confrontarsi con una potenzialità strumentale che permette la realizzazione dell’opera.

E l’attuazione di questa potenzialità è strutturalmente formata dal contributo della tecnica, di cui Meneghetti non ha disdegnato l’operosità. Al di là di una sterile meccanizzazione, che potrebbe vedere l’opera realizzata attraverso il solo contributo tecnico, diciamo pure che essa sia quando si è avvalsa di strumenti più duraturi e memoriali come la pittura e l’architettura o la musica, sia quando ha utilizzato medium più effimeri e incostanti come il cinema e il video, ha comunque reso evidente che la conquista dell’immagine è una possibilità legata ai giochi dello sguardo tra creatore e spettatore, tra colui che inventa e causa la realizzazione e chi non fruisce passivamente e interloquendo con l’opera realizza il proprio ascolto e la propria opera.

 

 

 

INSANIA 1980

Chimere, identità mutanti,
maschere ferine.

Una nuova iconografill'ibrido cresce fra mito e scienza.

Sono epopee sulle nuove tecnologie, storie sull'evoluzione della specie, racconti di emarginazione o di nevrosi. L'ibrido uomo-animale mette in scena le emergenze dell'attualità e i bisogni collettivi. Al confine tra realtà e finzione riflette la necessità di un nuovo codice etico, ricercato attraverso l'estetica. Nelle sue diverse manifestazioni incarna via via il futuro della specie umana al tempo delle biotecnologie o l'antieroe nell'epoca della chirurgia plastica, il delirio di onnipotenza dell'uomo sulla natura, la paura del diverso e l'orrore della guerra.

Lo scenario diventa un presagio spaventoso e insieme irresistibile nei video e nelle fotografie di Insania. L'uomo, col volto coperto da maschere ferine è la nuova razza, una specie smarrita alla ricerca di una propria identità.

Per l'artista i suoi lineamenti sono specchio del processo di acculturazione, ma negli occhi di tutti è rimasta traccia della nostra animalità. Le sue belve inquietano, ma presto alla paura subentra l'empatia.

Metafore universali della violenza e della sofferenza.

Nelle fotografie vediamo il ritratto della nuova razza umano-ferina, concepita dall'artista senza l'aiuto del digitale ma con il make-up, l'interpretazione, le proiezioni.

Nell'epica serie Insania, la sua opera più nota, complessa e costosa, un lavoro audace tra videoarte e cinema sperimentale, mette in scena un'epopea surrealista sul processo vitale che, in ognuno di noi, porta alla definizione della forma, dapprima quella sessuale poi quella fisica, con rimandi agli imperanti culti del sesso e del corpo.
Meneghetti lo vive come un crogiuolo di potenzialità e i personaggi della sua saga sono in continua metamorfosi.

Mostruosità e poesia.

Per l'artista l'ibridazione diventa presupposto iconografico per dispiegare visioni oniriche, presentimenti e profezie in modi che ricordano le atmosfere di Bosch e Goya. Parlano della precarietà della vita, della schiavitù dell'uomo ai piaceri materiali e al sesso. Atmosfere radicali rafforzate dall'uso di supporti antichi e da cromie forti e acide. L'ibrido nei suoi lavori è il monstrum latino che porta un presagio. Ecco che il Tempo incombe sulle dissipatezze dei protagonisti, metà umani e metà animali. Carico di suggestioni e dello stesso nero presentimento il lavoro eredita l'iconografia dell'ibrido dal fumetto pop-surrealista.

I suoi lavori, installazioni, video, fotografia e pittura, mostrano il dramma dell'animale-uomo costretto a vivere tra incubo e speranza. Questo surrealismo crudo lo ritroviamo anche nella sua pittura degli anni Ottanta. L'artista rappresenta il diverso e lo cala in ambienti bidimensionali, interni claustrofobici figli della speculazione edilizia urbana.
I mutanti vivono di surrealtà, da quelli ideati più di trent'anni fa a quelli di una delle ultime installazioni al Museo Nazionale di Palazzo Venezia a Roma. Diorama del maestro dell'illusione, una fiaba senza lieto fine in cui l'artista fa i conti con la fragilità dell'esistenza e i limiti umani. L'attacco al sistema si fa denuncia alla politica. Tutto riflette l'attuale diffuso regime del terrore.